Lavorare all'estero

Emigranti che aspettano di partire con le loro valige di cartoneIn un precedente post intitolato ‘Lavorare: come, quanto, perché‘ mi ponevo, appunto, queste tre domande riflettendo sul valore della persona e del suo tempo investito in attività lavorative. Dimenticavo, tuttavia, di aggiungere ‘dove’, e ci ho pensato imbattendomi in uno stupendo post di un blog che non conoscevo e che ho scoperto con piacere.
Il blog si intitola Effetto Farfalla, e il suo autore è Antonio Cangiano, un italiano trasferitosi in Canada per lavoro. Nelle sue parole ho letto la nostalgia per i luoghi delle origini, ma anche l’amarezza di chi vorrebbe essere nato e vissuto in un Paese che non ti costringe a ‘emigrare’ ogni volta che cerchi un lavoro degno di tale nome. Personalmente non ho mai lavorato all’estero, ma essendo nato e cresciuto nella provincia dell’Italia meridionale so cosa vuol dire partire verso nuovi orizzonti e lasciarsi alle spalle amici, familiari e luoghi che hanno visto scorrere la parte più bella della nostra esistenza. Questi villaggi di provincia di un Sud come tanti si ripopolano durante le feste, oppure d’estate, e rivedi i volti di chi si è trasferito in un’altra regione, nazione o continente: le domande che sorgono spontanee sono sempre le stesse, e Antonio riassume bene le relative risposte nel suo post.
Anch’io mi sono trasferito (a Milano da ragazzo, a Roma qualche anno fa) per lavoro, nella mia vita, ma per il resto ho avuto la fortuna di poter lavorare da casa, creandomi quel telelavoro che ancora oggi, nel 2007, sembra più un concetto che una realtà concreta. Ma il mio è un caso atipico, e soprattutto fa capo a una situazione di autoimpiego e di piccola imprenditoria in un settore legato alla tecnologia, dove può essere più facile costruirsi occasioni di lavoro usando l’informatica e Internet.
Ben diversa è la situazione per la maggior parte dei giovani in questi luoghi: dopo anni di studi, si preparano ancora oggi a ‘emigrare’ lasciandosi alle spalle la tranquillità di una vita di provincia, il calore di amici e familiari che accompagna e sostiene dall’infanzia, la maggiore capacità di ‘sopravvivenza’ che una casa di proprietà e un’economia più a misura d’uomo per lanciarsi nel caos di una città, fra gente sconosciuta e quasi sempre cinica e fredda, cercando di conquistare un angolo di esistenza che non costi più di quanto va a guadagnare. Chi lo fa scegliendo l’estero invece che un’altra regione della penisola, a quanto pare, trova di meglio e soprattutto trova le ragioni per restare e non tornare indietro, in quell’Italia che mentre vede fuggire gli italiani assiste all’invasione degli stranieri, da decenni, da secoli, da sempre.
Mi spiace cominciare l’anno con un post dal sapore amaro, non me ne vogliate, piuttosto permettetemi, oltre che di augurare a tutti un 2007 diverso e migliore, di salutare chi, come Antonio, ha magari trascorso il Natale e visto arrivare il nuovo anno in terra straniera, con un pizzico di nostalgia ma anche con la certezza di aver fatto la scelta giusta. Auguri!